Essere Volontari: un dono a sostegno dei più deboli

L’immagine del volontario è quella di una persona positiva e sorridente che mette a disposizione delle persone bisognose, in modo del tutto gratuito, il suo tempo, le sue risorse e le sue capacità. È colui che aiuta indistintamente senza pretendere niente in cambio, che sorride ed accoglie i problemi delle persone fragili.
Un cavaliere bianco, senza macchia in una società individualista e narcisista. Mentre tutto il mondo si affanna per ottenere il benessere individuale, per stare bene, per raggiungere la massima soddisfazione in tutti i campi della vita, il volontario no, è impegnato a far ottenere il benessere agli altri, realizzare i sogni e le aspettative di coloro che sono stati “più sfortunati”.

Molti studiosi negli ultimi anni si sono dedicati ad analizzare la figura del volontario, che in Italia è in costante aumento. I risultati delle ricerche in quest’ambito contraddicono spesso i luoghi comuni creati intorno a questa figura.
È vero che il volontario presta servizio gratuito presso le associazioni per aiutare le persone in difficoltà, sole ed emarginate, ma si può essere sicuri che le motivazioni alla base di questi comportamenti siano sempre prosociali? Queste persone sono spinte solo da un sentimento altruistico?
Non è possibile stabilire precisamente cosa spinge una persona ad aiutare gratuitamente un’altra, poiché le motivazioni possono essere di varia natura e cambiano da soggetto a soggetto. Le motivazioni possono essere: consce e inconscia, semplici e complesse, transitorie e permanenti, di natura personale, culturale, religiosa e politica. Si possono individuare delle macro categorie, una rosa di motivazioni che possono spiegare questi comportamenti.
La motivazione non è un fatto osservabile ma si esplicita nelle azioni, si legge nei comportamenti e nei risultati, nel caso del volontariato la motivazione è leggibile dall’attività che egli stesso offre.
Partendo dall’analisi su se stessi si possono scoprire diverse ragioni che sottostanno alla spinta di fare volontariato, queste possono essere prosociali ma anche egoistiche. È necessario contemplare bisogni, aspettative e scopi che possono essere significativamente diversi anche tra i volontari della stessa associazione e che possono convivere nella stessa persona.

Nelle ricerche psicologiche che si sono occupate dell’argomento il modello più conosciuto che individua sei classi di motivazioni al volontariato è quello “funzionalista” di Snyder e collaboratori (Omoto, Snyder, 1995; Clary et al., 1998; Snyder, Omoto, Crain, 1999; Stukas, Snyder, Clary,1999; Snyder, Clary, Stukas, 2000; Snyder, Omoto, 2001):
• valori personali (values): esprime la presenza di interesse umanitario per gli altri.
• comprensione (understanding): permette di mettere in pratica abilità, capacità e conoscenze che altrimenti rimarrebbero inespresse.
• valori sociali (social): permette relazioni significative con gli altri.
• carriera (career): permette di avere vantaggi per la propria carriera.
• protezione (protection): protegge l’Io dai sensi di colpa per essere più fortunato di altri o per sviare l’attenzione dai problemi personali.
• miglioramento (enhancement): vengono utilizzate le risorse positive dell’Io per accrescere la fiducia in sè stessi e l’autostima.
Oltre all’interesse per il prossimo e alla volontà di aiuto molti autori hanno sottolineato gli aspetti egoistici delle motivazioni.
Batson (1987; 1998) distingue tra interesse empatico, come motivazione puramente altruistica, e il disagio personale dove si aiuta il prossimo per ridurre il personale stato di disagio di fronte alla sofferenza altrui; si tratta in questo caso di motivazione egoistica.

Il volontariato rappresenta, in taluni casi, un mezzo per accrescere la propria autostima perché ci si sente utili, indispensabili o con una parte di rilievo nel miglioramento della condizione di vita di un’altra persona. In altri casi, invece, rappresenta un’occasione per occupare il tempo libero, o un’occasione di socializzazione, soprattutto per persone come anziani e casalinghe che hanno ampia disponibilità di tempo e cercano occasioni per mettersi alla prova, per impegnarsi socialmente. Infine, soprattutto per i giovani e per coloro che non sono ancora entrati nel mondo del lavoro, il volontariato rappresenta un’occasione di fare esperienze ed acquisire abilità facilmente spendibili in diversi contesti lavorativi. Studi recenti sul volontariato giovanile hanno confermato che l’impegno volontario è caratterizzato, oltre che da un andare verso l’altro, anche da un attingere dall’altro.
Citando A. Pangrazzi “quando si parla di volontari c’è la tendenza a sottolineare l’aspetto gratuito del loro servizio, il loro altruismo, la loro dedizione, il loro disinteresse. In realtà la loro gratuità e il loro altruismo vanno ridimensionati. È vero, i volontari non sono pagati ma non lavorano per niente. Il volontariato non è solo un modo per aiutare gli altri, ma uno strumento per appagare esigenze ed interessi personali. Scavando un po’ sotto le intenzioni più genuine e altruistiche, si trovano molti risvolti personali. Per alcuni il volontariato è molto gratificante perché dà significato nuovo alla vita, per altri serve ad alleviare un certo senso di isolamento; per altri ancora può contribuire alla pace interiore o alla soddisfazione di avere un certo protagonismo. Forse non è del tutto azzardato suggerire che spesso i volontari hanno più bisogno degli assistiti che non gli assistiti dei volontari”.
Un altro aspetto che può rientrare tra le motivazioni egoistiche è il riconoscimento sociale di cui gode il volontario. È plausibile pensare che, visto che l’attività di volontariato risulta agli occhi della società positiva e benefica, queste qualità vengano trasferite su chi effettua l’attività e quindi venga giudicato più positivamente e favorevolmente rispetto al resto della società. Sarebbe per questo plausibile pensare che il volontariato accresca quella parte della persona narcisista che si alimenta e trae benessere dai giudizi positivi e dagli elogi che vengono dalla società.
Secondo una ricerca di Berti il solo fatto di prestare attività volontaria costituisce un aspetto importante nella formazione di impressioni di personalità, si viene investiti da un alone di positività rispetto a chi non fa questa attività. I volontari vengono considerati “persone migliori di tante altre” e “da ammirare”. Secondo questo studio si potrebbe affermare che si mettono a disposizione tempo e risorse per guadagnarne in riconoscimento sociale, inoltre per fare volontariato non occorrono qualifiche specifiche e quindi è una forma di gratificazione “facile e alla portata di tutti”.
È per questo che alcuni autori mettono in guardia dal sentimento di onnipotenza che può investire il volontari: sentendosi gratificato e riconosciuto potrebbe toccare quei sentimenti di infallibilità che portano la persona a non vedere più l’altro ma a sostituirsi a lui convinto di procedere per il meglio.
Un altro aspetto interessante che emerge dalla ricerca di Berti è che il riconoscimento sociale è diverso a seconda del tipo di volontariato. Mettendo a confronto un campione di volontari che svolgono attività presso un’associazione che si occupa di assistenza a persone anziane e un’altra che si occupa di cani abbandonati è emerso che chi svolgeva la prima attività ha un riconoscimento sociale maggiore di chi svolgeva la seconda.

Ulteriore aspetto psicologico che contribuisce alla scelta di fare volontariato è, secondo Caprara (2003), l’autoefficacia percepita dai volontari.
La disposizione ad aiutare, la percezione della propria efficacia personale, dell’efficacia dell’organizzazione nella quale si opera sono motivazioni ad impegnarsi nell’attività perché questa offre concrete opportunità di sviluppo personale e professionale, aumentano la soddisfazione derivante dalla propria attività di volontario. Invece se la motivazione all’impegno volontario è orientata alla ricerca di opportunità di lavoro remunerato, la soddisfazione è minore. L’intenzione di continuare a fare volontariato, a sua volta, è influenzata positivamente dalla soddisfazione, dall’integrazione e dalla percezione della propria efficacia, mentre una motivazione «alla carriera» ha, anche in questo caso, un impatto significativamente negativo.
Sentirsi integrati nel gruppo dell’associazione crea soddisfazione e benessere, fa sviluppare il senso d’identità: percepire l’attività di volontariato come parte integrante della propria personalità ed identità, favorisce la riuscita e la lunga durata dell’attività di volontariato.
Nell’ottica dell’invecchiamento attivo, il volontariato è una delle attività privilegiate dalle persone anziane. Con l’allungarsi della vita e del benessere molti anziani in pensione decidono di dedicare le loro risorse all’interno delle associazioni di volontariato. Questo accresce la loro autoefficacia, aiuta a sentirsi ancora attivi nel mondo, con uno scopo preciso in sostituzione del lavoro, inoltre favorisce la socializzazione alleviando il senso di solitudine e abbandono che spesso vivono queste persone. Dopo aver vissuto una vita attiva ci si ritrova a dover riorganizzare il tempo, scandito in precedenza dal lavoro e dai ritmi frenetici della vita quotidiana. Con la pensione i tempi si allungano, le ore in cui non si è impegnati in attività si dilatano ed è in queste ore che il volontariato si colloca per scandire con nuove attività e orari la quotidianità.

In conclusione si può affermare che, sia per le persone anziane che per adulti e giovani, fare volontariato produce benessere per il volontario stesso, per il contesto sociale in cui egli vive e per chi riceve l’aiuto. È rincuorante pensare che fare del bene produce del bene sia nel dare che nel ricevere, indipendentemente dal tipo di motivazione alla base poiché  bisogna porre l’attenzione sull’attività pratica di chi fa volontariato, considerandola semplicemente come espressione di un orientamento prosociale di fondo che crea benessere.

Fonte :http://www.benessere.com/psicologia/arg00/psicologia_volontariato.htm